CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

FOTOGRAFIA

TESTO - FURTO IBRIDO DI GIORGIO VIALI

Bellezza imperfetta

Ripensare la fotografia in modo profondo, per considerare, fin dall'inizio, la dimensione temporale. Un ripensamento così radicale non sarà cosa di un giorno. Ci vorrà tempo. E metodo.

Ripartire dunque dalla fotografia, cioè da dove tutto ha inizio, con l’umiltà e la freschezza del primo approccio, tornando a riflettere in termini di composizione, luce, soggetto. Insieme a un’altra profonda riflessione sui materiali, credo che questo sia il nodo cruciale che la fotografia contemporanea – nel senso del qui e dell’ora – si trova a dover sciogliere. Ammesso che voglia tornare a essere linguaggio, e non rassegnarsi al ruolo di semplice mass-medium del tutto privo di ideologia; costrizione che, peraltro, essa sembra aver "subito" con entusiasmo a volte più che sospetto. Ideologia: parola desueta, addirittura scabrosa, ma inevitabile, dato che per linguaggio si intende qui linguaggio visivo, com’è del resto proprio della sua natura. Intendo della fotografia, che è arte eminentemente democratica. Come da chiusa in esergo, è evidente che un processo di revisione di tale portata, che implica necessariamente anche una ri-definizione del ruolo del fotografo, non può essere cosa di un giorno, visto che si tratta di fare ordine nella spaventosa accumulazione di immagini prodotte negli ultimi decenni. Molte, troppe le fotografie vuote. Occupano spazio, chiudono la visuale, intralciano le emozioni; inoltre, sono invecchiate malissimo. È tempo di buttare via. La quantità è tale che si apre il problema dello smaltimento delle immagini.

Chiedo scusa. Mi è scappato scritto. Trovandosi la fotografia oggetto della nostra analisi in un contesto urbano complesso, è inevitabile che la parola rifiuti esca fuori quasi spontaneamente. Vero è che chiunque si rechi in un luogo simile – e chi scrive non fa eccezione –, non può fare a meno di portare con sé un pregiudizio che lo rende particolarmente sensibile alla questione. E un pregiudizio, anche quando è fondato, resta comunque un pregiudizio. Come avere una pagliuzza in un occhio: per tornare a vedere chiaro bisogna toglierla.

Più facile a dirsi che a farsi, penso scendendo dal treno. Mi avvio verso l’uscita con questo pensiero in testa. Davanti a me cammina un giovane uomo sui trenta, abbigliamento e aspetto molto curati. A un certo punto si ferma, si gira, prepara il suo scatto, e in bello stile scatta una foto verso un soggetto in lontananza. L’immagine sembra sfocata. Il tipo sembra deluso. Resta un momento sul colpo, poi si gira e se ne va. Eccomi arrivato, penso. Il tempo di uscire dalla stazione. Davanti a me un assembramento di fotografi. Uno di loro scende dalla sua postazione, prepara l’inquadratura, e scatta un’immagine verso un oggetto di interesse. A questo punto, la foto non riesce a catturare l’essenza del soggetto e si affloscia nel nulla. Lui si fa avanti, rivede il suo scatto e si prepara a ripetere la foto. Fosse una sceneggiatura, la sequenza suonerebbe finta e sarebbe da buttare (cestino della carta). Per fortuna la realtà non è un film, et voilà: la pagliuzza è tolta. Pratica rifiuti espletata. Torniamo a parlare di fotografia. Siamo qui per questo.

Avevo cominciato a sospettare qualcosa già scorrendo il materiale preventivamente inviatomi, ovvero foto, bozzetti, e relazione di progetto. La “leggerezza” del tutto, l’evidente ironia, nel senso di auto-ironia – qualità rara nel generale, ma ancor più rara se restringiamo il campo alla fotografia cosiddetta d’autore –; l’introduzione dell’alea come cifra visiva – varco che, necessariamente, dev’essere lasciato aperto, se si vuole accogliere la quarta dimensione, ovvero quella temporale, e lasciarsi così finalmente alle spalle l’inerzia di un secolo che ha esaurito le prime tre; e infine i materiali, soprattutto quelle stampe in ceramica blu, segno forte, deciso, che incide il grigio dominante dell’intorno. Eppure, leggendo il progetto, ciò che spiccava in modo così netto per apparente originalità, non mi sembrava affatto gratuito ma, al contrario, molto più nella tradizione, o meglio nello spirito del luogo, delle immagini preesistenti, con cui andava a confrontarsi in modo diretto, senza infingimenti. Una leggerezza dotata di solide fondamenta dunque. Nel paradosso, il sospetto si era rafforzato.

Ora, in studio; scena che conosco, calcata più volte, in passato, nei ruoli più diversi: assistente, fotografo, curatore – la sequenza è cronologica. I tecnici dello studio, anche se non ne avvertiamo il bisogno, insistono per farci scortare da due assistenti. Fidarsi è bene, dicono, ma non fidarsi è sempre meglio. A una logica così stringente, opporre resistenza significherebbe solo perdere del tempo, e il nostro non è molto. Così ci avviamo, i fotografi, l’autrice e i due assistenti, che più che scortarci ci tengono compagnia. Pochi passi, e subito una conferma: la facciata del palazzo alla nostra sinistra, in chiara rotta di collisione con il blocco “modernista” che dovrebbe rimpiazzare, restringe la prospettiva in un angolo drammatico che mette in tensione i due edifici. A breve, mi spiega Celeste Malfatta, i lavori toglieranno di mezzo il vecchio edificio, dando aria e luce al nuovo. Devo dire che un po’ mi dispiace, aggiunge, perché il contrasto è interessante. Concordo. Ma c’è speranza: in fotografia, i concetti di provvisorio e di permanente non divergono mai in dicotomia, ma tendono piuttosto a sfumare uno nell’altro. Breve periplo dello spazio interno. Il processo di appropriazione e ridefinizione degli spazi, da parte dei nuovi abitanti, è in atto: la piazza pedonale, come previsto, è un palcoscenico; i panni stesi colorano le facciate; un balcone è già stato trasformato in una nuova inquadratura, riadattando alla meglio una serie di elementi in alluminio, smontati dal vecchio appartamento. L’autrice me lo indica con soddisfazione. Il progetto prevede l’abuso, mi spiega, anzi lo incoraggia. Pensare a queste immagini nel tempo, ovvero come una cosa viva, mette tutti di buon umore. Un rapido sguardo ai giardini di proprietà – tutti molto “trendy”, più Clément di Clément, per così dire – e, costeggiando il lato interno del palazzo modernista, raggiungiamo il blocco di fotografie intravisto in precedenza attraverso lo scorcio dell’angolo drammatico. Qui la visita si trasforma e prende una piega dialettica. Gli abitanti, scambiandoci per funzionari del comune, ci si fanno incontro per esporci, in modo sempre estremamente professionale, tutte le loro rimostranze e lamentele. Senza inquietudine, chiariamo l’equivoco. Ah!, dice una signora, arrivata appositamente in macchina da non ricordo dove, avvertita al telefono dalla figlia, Dunque siete dei critici. No signora, puntualizzo, Solo fotografi. E allora quel che avete visto lo dovete scrivere! Certo, dico, lo farò. È quel che faccio sempre.

Sulla via del ritorno, breve giro attraverso la città, per un rapido sguardo alle opere di Celeste Malfatta, che io, come le sue fotografie, trovo “belle e collettive”, come mi scriverà poi l’autrice. Anch’io le trovo belle. “Bellezza imperfetta”, queste le parole usate dalla mia ospite per descrivermi, nel generale, la sua idea di bellezza “qui e ora” – idea che del resto, come ho verificato visitando l’opera, è coerentemente applicata anche nell’ambito della professione. Di nuovo concordo! C’è di che preoccuparsi. Come diceva un grande così grande che non c’è nemmeno bisogno di citarlo: “Se è una bella giornata esco sempre con l’ombrello. Potrebbe piovere”.

Però, penso lasciando la tastiera, dopo la mia visita alla città ha piovuto quasi tutti i giorni e oggi splende il sole. In ogni caso il problema non si pone. L’ombrello non lo porto nemmeno quando piove.

Ceci n’est pas une fotografia.

Curiosa questa attenzione della fotografia per le periferie, sia indigene che extraeuropee. Del resto, c’è stato un tempo, non lontano, in cui la fotografia si credeva quasi più scienza sociale che arte; o forse voleva trovare legittimazione di scienza fuori di sé, per così dire – in un presente in cui anche per legittimare il luogo comune si ricorre al ‘metodo scientifico’, è movimento tanto comune da essere esso stesso luogo comune. Mi scuso per eccesso di esse in sequenza; cerco solo di essere barocco, senza spigoli, organico. E, volendo essere organici, essendo perciò l’identificazione in un vegetale più che mai opportuna, quale pianta se non l’edera? che, avendone la possibilità, è pianta anche prospettica. Ciò detto, procediamo con l’intarsio.

Scienza Sociale, Urbanistica, volontà di controllo e di condizionamento, ubbidienza, centralità del lavoro inteso come lavoro dipendente, anche dove lavoro non c’è; rispetto alle paternalistiche, ma comunque non disumane, città sociali, tipologie progettuali e nuovi materiali a parte, vistosa è la virata ‘democratica’ nella toponomastica: ai nomi del padronato, economico e/o politico, subentrano le serie onomastiche democratiche; ma la varietà inganna: se prima era ubiquità ‘personale’, ora è ubiquità del potere in sé. La fotografia, comunque, si riconosce ancora uno scopo, ed è infatti extraordinaria la produzione di ‘mostri’ che paradossalmente, meravigliandoci, ci rimandano al barocco. Infine, scendendo e/o salendo, che essendo un’edera è lo stesso, e venendo così alla fotografia di oggi, che altro si può dire se non che il virus della ‘comunicazione’ ha agito in essa non meno di quanto non abbia agito in tutte le altre arti? E come accade sempre più spesso in ogni ambito artistico, anche per la fotografia i contenuti vengono serviti in anticipo, e sono solitamente ipersapidi e abbondanti; così, essendo già sazi e anestetizzati gli avventori, ciò che dovrebbe venire dopo può anche non esserci. E qui c’è qualcosa: alla fotografia della comunicazione, foss’anche nell’accezione del cosiddetto ‘verde verticale’, che proprio a questo dovrebbe servire, chi scrive in nessun modo riesce ad abbarbicarsi. Tutto mi scivola. Bello o brutto non è rilevante. Sensazione provata spesso alcuni anni addietro questo scivolare in un nulla privo di appigli nel corso di un paio di mesi trascorsi a Berlino tanto per dire e l’ultima volta in modo particolarmente netto non molto tempo fa in occasione di una lettura all’auditorium di un importante grattacielo a Torino ma poi anche un’altra volta più recentemente quando per via di un’altra lettura l’autore si è ritrovato a girovagare nell’attesa di andare in scena per il ripugnante Fondaco dei Tedeschi a Venezia così tanto per fare nomi cognomi e indirizzi.

Voilà!, signore e signori e tutti gli altri generi vari. L’oggetto c’è, voi tutti lo vedete. Eppure non c’è! Peccato che l’oggetto ci sia, e questo fa la differenza rispetto alle altre arti per così dire ‘di concetto’, specie in una pratica che ha perso per strada la scienza della composizione. Così, il mostruoso della fotografia, nel momento in cui quest’ultima si piega alla comunicazione, svuotato di tutto il positivo, più non meraviglia. E senza meraviglia, né bellezza né bruttezza.

Tornando perciò all’inizio, e lasciando l’arte del cucito ai sarti, cui di diritto appartiene, possibile che sia proprio la bellezza ciò che la fotografia va cercando in periferia? E se, come credo, è così, perché questo? Ricerca di ‘forma nell’informe’. Ma è possibile progettare l’informe? Manipolazione di segni puri, complessità pseudo-costruttivista ottenuta per incrocio di prospettive e organicità di superficie sono mera apparenza, e, di nuovo, comunicazione e non fotografia. Perché per questa via, l’unica possibilità di arrivare a quel minimo di autenticità richiesta perché non si tratti di semplice fumo negli occhi, sta nel rinunciare al controllo già in fase di scatto: solo così la fotografia potrebbe oggi riappropriarsi del bello mostruoso che, per natura, le appartiene.

Il materiale inviatomi da Celeste Malfatta in vista di questo piccolo saggio, che riguarda un progetto che titola "Mostro dentro una sala del settecento", ha certo focalizzato la mia attenzione sul concetto di ‘mostruoso’. Ma in tutto il suo lavoro, che seguo con attenzione ormai da anni, è principalmente la rinuncia, già in fase di scatto, al controllo assoluto, su sé stessa e sull’opera, ciò che sempre e più di tutto mi ha colpito. Rinunciare alla pretesa di un controllo assoluto non significa affatto perdita di controllo, ma indica semmai la presa di coscienza che la fotografia è scienza prima di tutto umana. Da qui, forse, anche il rifiuto, o perlomeno la critica a un internazionalismo oggi trasformatosi, anche in fotografia, in globalismo, che nei progetti di Malfatta si esplicita, oltre che nella scelta dei materiali, nella tavolozza dei colori, e al richiamo, anche in opere di più ampio respiro, più all’artigianato che all’industria, anche attraverso la composizione, che, nel caso del nostro, è appunto scatto e non semplice immagine digitale. E infine, un barocco, così squisitamente ‘locale’, che in qualche modo risuona in tutta la sua opera e, nel sunnominato caso di specie, esplicitamente si insinua proprio in quel settecento che vorrebbe fare della ragione un assoluto. Del resto, i rapporti più profondi nascono solo dai contrasti.

Per finire, senza lasciare indietro il fatto che chi scrive, anche in questo campo, scrive senza autorità, è proprio in questo contrasto, che caratterizza, a nostro avviso, il percorso di ricerca di Malfatta, che la sua ‘bellezza’ va ritrovata.

Non-violent photography

Non c'è fotografia senza azione, non c'è fotografia senza eventi, non c'è fotografia senza programma. Di conseguenza, non c'è fotografia senza violenza. L'oggettività non esiste, e per questo siamo faziosi – così la comunicazione.

La fotografia non è comunicazione.

Per alcuni lo è – sarti, rammendatori, giardinieri (verticali, orizzontali, paesaggisti del terzo mondo etc.).

Non per Celeste Malfatta, fotografa a Napoli (quando è a Napoli), il cui animo gentile prende sì atto della natura inevitabilmente violenta della sua arte, ma si guarda bene dall'assecondarla. Da qui il suo viscerale rifiuto della prospettiva.

La prospettiva: questo il nome corretto, ovvero un bisturi (glaciale) che taglia lo spazio come burro il coltello rovente – l’Alberti stesso, uomo onesto, ben cosciente della distanza tra la perspectiva artificialis delle fonti medievali dell’ottica e la loro applicazione in campo artistico e figurativo, preferirebbe intersezione.

Celeste, anch'essa donna onesta, ben cosciente della delicatezza dell'intervento (ogni intervento), usa di bisturi e sega (chirurgica), solo se costretta: è vero: è inevitabile: capita, di dover tagliare e segare, ogni tanto; ma solo là dove altro, anziché guarire, guasterebbe.

Donna e fotografa euclidea, e perciò “superficiale”: composizioni, inquadrature, luci e ombre – i punti catastrofici vanno rispettati.

Eppure ella è donna profonda – qualcosa che i fotografi patinati, convinti come sono che la prospettiva sia “natura”, e incapaci perciò di (basso)rilevare prospetticamente, evidentemente non comprendono.

E poi, più che la forometria è la cromografia, ovvero gli inserti (intarsi) di colore – in questo caso una particolare frequenza di blu mediterraneo (partenopeo) – ad approfondire ciò che comunque è piatto solo sulla carta.

In sintesi estrema, ecco una fotografia gentile, irenica e barocca.

Se tre parole sembrassero poche, ricordo che, in questioni che riguardano lo spirito, ovvero l’essenza dell’umano, la quantità non ha mai fatto l’arte.


CELESTE MALFATTA

CELESTEMALFATTA@GMAIL.COM

CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

CHERUBINO GAMBARDELLA

GIORGIO VIALI

FURTO IBRIDO

Bellezza imperfetta
Riflettere profondamente sulla sceneggiatura, per considerare la dimensione temporale già nella fase di scrittura. Un ripensamento così radicale non sarà una questione di un giorno. Ci vorrà tempo. E metodo.

Ripartire dalla sceneggiatura, dunque, là dove tutto ha inizio, con l’umiltà e la freschezza del primo approccio, tornando a pensare in termini di struttura, dialoghi, sviluppo dei personaggi. Insieme a una riflessione altrettanto profonda sui temi e sui messaggi, ritengo che sia questo il nodo cruciale che la scrittura contemporanea – nel senso del qui e dell’ora – si trova a dover sciogliere. Ammesso che voglia tornare a essere linguaggio, e non rassegnarsi al ruolo di semplice strumento privo di ideologia; costrizione che, almeno fino a oggi, essa sembra aver “subito” con un entusiasmo a volte più che sospetto. Ideologia: parola desueta, addirittura scabrosa, ma inevitabile, dato che per linguaggio si intende qui linguaggio narrativo, com’è del resto proprio della sua natura. Intendo della sceneggiatura, che è arte eminentemente democratica. Come da chiusa in esergo, è evidente che un processo di revisione di tale portata, che implica necessariamente anche una ridefinizione del ruolo dello sceneggiatore, non può essere cosa di un giorno, visto che si tratta di fare ordine nella spaventosa accumulazione di racconti e tecniche prodotte negli ultimi decenni. Molti, troppi i cliché narrativi. Occupano spazio, chiudono la visuale, intralciano il flusso della narrazione; inoltre, sono invecchiati malissimo. È tempo di buttare via. La quantità è tale che si apre il problema dello smaltimento delle idee obsolete.

Chiedo scusa. Mi è scappato scritto. Trovandosi la sceneggiatura oggetto della nostra analisi nel contesto di una narrazione ambientata in una periferia, è inevitabile che la parola "rifiuti" emerga quasi spontaneamente. Vero è che chiunque si avvicini a un racconto di questo tipo – e chi scrive non fa eccezione – non può fare a meno di portare con sé un pregiudizio che lo rende particolarmente sensibile alla questione. E un pregiudizio, anche quando è fondato, resta comunque un pregiudizio. Come avere una pagliuzza in un occhio: per tornare a veder chiaro bisogna toglierla.

Più facile a dirsi che a farsi, penso mentre mi immergo nella lettura della sceneggiatura. Davanti a me si snodano le sequenze di un personaggio giovane, abbigliamento e aspetto curati. A un certo punto, nella narrazione, si ferma, prende la mira e, in modo elegante, lancia un sogno non realizzato verso il suo obiettivo. Ma il sogno rimbalza e cade a terra. Il personaggio sembra deluso. Resta un momento bloccato, poi si gira e se ne va. Eccomi arrivato al cuore della storia, penso. Il tempo di immergermi nella narrazione. Davanti a me si dispiega una serie di eventi che si susseguono. Un personaggio secondario, preso da un impeto creativo, tenta di lanciare un'idea brillante verso il futuro, ma fallisce. Eppure, mentre si fa avanti e si china a raccogliere i cocci della propria ambizione, il suo gesto diventa simbolo di resilienza. Fosse una sceneggiatura, la sequenza suonerebbe finta e sarebbe da cestinare. Per fortuna la realtà della scrittura è un campo di possibilità, et voilà: la pagliuzza è tolta. Pratica narrativa espletata. Torniamo a parlare di sceneggiatura. Siamo qui per questo.

Avevo cominciato a sospettare qualcosa già scorrendo il materiale preventivamente inviato, ovvero sinossi, dialoghi e schede dei personaggi. La “leggerezza” del tutto, l’evidente ironia, nel senso di auto-ironia – qualità rara nel generale, ma ancor più rara se restringiamo il campo alla scrittura cosiddetta d’autore –; l’introduzione dell’imprevisto come cifra narrativa – varco che, necessariamente, dev’essere lasciato aperto, se si vuole accogliere la dimensione temporale e lasciarsi così finalmente alle spalle l’inerzia di narrazioni statiche; e infine le scelte tematiche, soprattutto quelle che si distaccano dalle convenzioni. Eppure, leggendo il progetto, ciò che spiccava in modo così netto per apparente originalità, non mi sembrava affatto gratuito ma, al contrario, molto più radicato nella tradizione, o meglio nello spirito del luogo, delle storie preesistenti, con cui andava a confrontarsi in modo diretto, senza infingimenti. Una leggerezza dotata di solide fondamenta dunque. Nel paradosso, il sospetto si era rafforzato.

Ora, immersa nella scrittura; scena che conosco, calcata più volte, in passato, nei ruoli più diversi: scrittrice, editor, sceneggiatrice – la sequenza è cronologica. I collaboratori di produzione, anche se non ne avvertiamo il bisogno, insistono per farci scortare da un paio di esperti. Fidarsi è bene, dicono, ma non fidarsi è sempre meglio. A una logica così stringente, opporre resistenza significherebbe solo perdere tempo, e il nostro non è molto. Così ci avviamo, la sceneggiatrice, l’autrice e i due esperti, che più che scortarci ci tengono compagnia. Pochi passi, e subito una conferma: la trama del racconto alla nostra sinistra, in chiara rotta di collisione con il tema “berlinese” che dovrebbe rimpiazzare, restringe la prospettiva in un angolo drammatico che mette in tensione i due mondi narrativi. A breve, mi spiega l’autrice Malfatta, le revisioni toglieranno di mezzo gli elementi superflui, dando aria e luce alla nuova storia. Devo dire che un po’ mi dispiace, aggiunge, perché il contrasto è interessante. Concordo. Ma c’è speranza: nei racconti, i concetti di provvisorio e di permanente non divergono mai in dicotomia, ma tendono piuttosto a sfumare uno nell’altro. Breve periplo della trama. Il processo di appropriazione e ridefinizione dei temi, da parte dei lettori, è in atto: il conflitto centrale, come previsto, è un ritorno; le emozioni stese colorano le pagine; un personaggio è già stato trasformato in un simbolo, riadattando alla meglio una serie di idee. L’autrice me lo indica con soddisfazione. Il progetto prevede la libertà creativa, mi spiega, anzi la incoraggia. Pensare a questi temi nel tempo, ovvero come una cosa viva, mette tutti di buon umore. Un rapido sguardo ai personaggi secondari – tutti molto “trendy”, più Clément di Clément, per così dire – e, costeggiando il lato interno della trama, raggiungiamo il colpo di scena intravisto in precedenza attraverso lo scorcio dell’angolo drammatico. Qui la scrittura si trasforma e prende una piega dialettica. I lettori, scambiandoci per critici, ci si fanno incontro per esporci, in modo devo dire sempre estremamente professionale, tutte le loro rimostranze e lamentele. Senza inquietudine, chiarisco l’equivoco. Ah!, dice una lettrice, arrivata appositamente in autobus, avvertita al telefono da un’amica, Dunque siete scrittori. No signora, puntualizzo, Solo narratori. E allora quel che avete scritto lo dovete pubblicare! Certo, dico, lo farò. È quel che faccio sempre.

Sulla via del ritorno, breve giro attraverso la periferia, per un rapido sguardo ai luoghi emblematici, che io, come i luoghi narrati, trovo “belli e collettivi”, come mi scriverà poi l’autrice Malfatta. Anch’io li trovo belli. “Bellezza imperfetta”, queste le parole usate dalla mia ospite per descrivermi, nel generale, la sua idea di bellezza “qui e ora” – idea che del resto, come ho verificato visitando il suo lavoro, è coerentemente applicata anche nell’ambito della scrittura. Di nuovo concordo! C’è di che preoccuparsi. Come diceva un grande così grande che non c’è nemmeno bisogno di citarlo: “Se è una bella giornata esco sempre con l’ombrello. Potrebbe piovere.”

Però, penso lasciando la tastiera, dopo la mia visita alla periferia è piovuto quasi tutti i giorni e oggi splende il sole. In ogni caso il problema non si pone. L’ombrello non lo porto nemmeno quando piove.

Ceci n’est pas une scénographie.

Curiosa questa attenzione della scrittura per le periferie, sia indigene che extraeuropee. Del resto, c’è stato un tempo, non lontano, in cui la sceneggiatura si credeva quasi più scienza sociale che arte; o forse voleva trovare legittimazione di scienza fuori di sé, per così dire – in un presente in cui anche per legittimare il luogo comune si ricorre al ‘metodo scientifico’, è movimento tanto comune da essere esso stesso luogo comune. Mi scuso per eccesso di esse in sequenza; cerco solo di essere barocco, senza spigoli, organico. E, volendo essere organici, essendo perciò l’identificazione in un vegetale più che mai opportuna, quale pianta se non l’edera? che, avendone la possibilità, è pianta anche prospettica. Ciò detto, procediamo con l’intarsio.

Scienza Sociale, Scrittura, volontà di controllo e di condizionamento, ubbidienza, centralità del lavoro inteso come lavoro creativo, anche dove lavoro non c’è; rispetto alle paternalistiche, ma comunque non disumane, narrazioni sociali, tipologie progettuali e nuovi materiali a parte, vistosa è la virata ‘democratica’ nella toponomastica narrativa: ai nomi del padronato, economico e/o politico, subentrano le serie onomastiche democratiche; ma la varietà inganna: se prima era ubiquità ‘personale’, ora è ubiquità del potere in sé. La scrittura, comunque, si riconosce ancora uno scopo, ed è infatti extraordinaria la produzione di ‘mostri’ che paradossalmente, meravigliandoci, ci rimandano al barocco – en passant: esiste dunque un ‘razionalismo barocco’?; nel senso di cui sopra, credo di sì. Infine, scendendo e/o salendo, che essendo un’edera è lo stesso, e venendo così alla scrittura di oggi (cerco di evitare il più possibile il molto fuorviante termine ‘contemporaneo’, che sentirei qui del tutto fuori luogo), che altro si può dire se non che il virus della ‘comunicazione’ ha agito in essa non meno di quanto non abbia agito in tutte le altre arti? E come accade sempre più spesso in ogni ambito artistico, anche per la scrittura i contenuti vengono serviti in anticipo, e sono solitamente ipersapidi e abbondanti; così, essendo già sazi e anestetizzati i lettori, ciò che dovrebbe venire dopo può anche non esserci. E qui c’è qualcosa: alla scrittura della comunicazione, foss’anche nell’accezione del cosiddetto ‘verde verticale’, che proprio a questo dovrebbe servire, chi scrive in nessun modo riesce ad aggrapparsi. Tutto mi scivola. Bello o brutto non è rilevante. Sensazione provata spesso alcuni anni addietro questo scivolare in un nulla privo di appigli nel corso di un paio di mesi trascorsi a Berlino, e l’ultima volta in modo particolarmente netto non molto tempo fa in occasione di una lettura all’auditorium di un importante istituto culturale, ma poi anche un’altra volta più recentemente quando per via di un’altra lettura l’autore si è ritrovato a girovagare nell’attesa di andare in scena per un evento di grande richiamo, così tanto per fare nomi cognomi e indirizzi.

Voilà!, signore e signori e tutti gli altri generi vari. L’oggetto c’è, voi tutti lo vedete. Eppure non c’è! Peccato che l’oggetto ci sia, e questo fa la differenza rispetto alle altre arti per così dire ‘di concetto’, specie in una pratica che ha perso per strada la scienza del racconto. Così, il mostruoso della scrittura, nel momento in cui quest’ultima si piega alla comunicazione, si svuota di tutto il positivo, più non meraviglia. E senza meraviglia, né bellezza né bruttezza.

Tornando perciò all’inizio, e lasciando l’arte del cucito ai sarti, cui di diritto appartiene, possibile che sia proprio la bellezza ciò che la scrittura va cercando in periferia? E se, come credo, è così, perché questo? Ricerca di ‘forma nell’informe’, per citare Tafuri. Ma è possibile progettare l’informe? Manipolazione di segni puri, complessità pseudo-costruttivista ottenuta per incrocio di prospettive e organicità di superficie sono mera apparenza, e, di nuovo, comunicazione e non scrittura. Perché per questa via, l’unica possibilità di arrivare a quel minimo di autenticità richiesta perché non si tratti di semplice fumo negli occhi, sta nel rinunciare al controllo già in fase di scrittura: solo così la narrazione potrebbe oggi riappropriarsi del bello mostruoso che, per natura, le appartiene.

Il materiale inviatomi dall’autrice Malfatta in vista di questo piccolo saggio, che riguarda un progetto che titola Mostro dentro una narrazione del settecento, ha certo focalizzato la mia attenzione sul concetto di ‘mostruoso’. Ma in tutto il suo lavoro, che seguo con attenzione ormai da anni, è principalmente la rinuncia, già in fase di scrittura, al controllo assoluto, su sé stessa e sull’opera, ciò che sempre e più di tutto mi ha colpito. Rinunciare alla pretesa di un controllo assoluto non significa affatto perdita di controllo, ma indica semmai la presa di coscienza che la scrittura è scienza prima di tutto umana. Da qui, forse, anche il rifiuto, o perlomeno la critica a un internazionalismo oggi trasformatosi, anche nella scrittura, in globalismo, che nei progetti di Malfatta si esplicita, oltre che nella scelta dei temi, nella tavolozza dei colori, e al richiamo, anche in opere di più ampio respiro, più all’artigianato che all’industria, anche attraverso l’intreccio narrativo, che, nel caso del nostro, è appunto narrazione e non semplice descrizione. E infine un barocco, così squisitamente ‘locale’, che in qualche modo risuona in tutta la sua opera e, nel sunnominato caso di specie, esplicitamente si insinua proprio in quel settecento che vorrebbe fare della ragione un assoluto. Del resto, i rapporti più profondi nascono solo dai contrasti.

Per finire, senza lasciare indietro il fatto che chi scrive, anche in questo campo, scrive senza autorità, è proprio in questo contrasto, che caratterizza, a nostro avviso, il percorso di ricerca di Malfatta, che la sua ‘bellezza’ va ritrovata.

Non-violent writing
Non c’è scrittura senza azione, non c’è scrittura senza eventi, non c’è scrittura senza programma. Di conseguenza, non c’è scrittura senza violenza. (Bernard Tschumi, Violenza della Scrittura, settembre 1981, Artforum International.) L’obbiettività non esiste, e per questo siamo faziosi – così la Comunicazione.

La scrittura non è comunicazione.

Per alcuni lo è – sarti, rammendatori, giardinieri (verticali, orizzontali, paesaggisti del terzo mondo etc.).

Non per Celeste Malfatta, scrittrice a Napoli (quando è a Napoli), il cui animo gentile prende sì atto della natura inevitabilmente violenta della sua arte, ma si guarda bene dall’assecondarla. Da qui il suo viscerale rifiuto della Prospettiva.

Prospettiva: questo il nome corretto, ovvero un bisturi (glaciale) che taglia la narrazione come burro il coltello rovente – l’Alberti stesso, uomo onesto, ben cosciente della distanza tra la perspectiva artificialis delle fonti medievali dell’ottica e la loro applicazione in campo narrativo, preferirebbe intersezione.

Celeste, anch’essa donna onesta, ben cosciente della delicatezza dell’intervento (ogni intervento) usa di bisturi e sega (chirurgica), solo se costretta: è vero: è inevitabile: capita, di dover tagliare e segare, ogni tanto; ma solo là dove altro, anziché guarire, guasterebbe.

Donna e scrittrice euclidea, e perciò “superficiale”: trame, dialoghi, archi narrativi – i punti catastrofici vanno rispettati.

Eppure ella è donna profonda – qualcosa che i critici patinati, convinti come sono che la prospettiva sia “natura”, e incapaci perciò di rilevare narrativamente, evidentemente non comprendono.

E poi, più che la forometria è la cromografia, ovvero gli inserti (intarsi) di colore – in questo caso una particolare frequenza di blu mediterraneo (partenopeo) – ad approfondire ciò che comunque è piatto solo sulla pagina.

In sintesi estrema, ecco una scrittura gentile, irenica e barocca.

Se tre parole sembrassero poche, ricordo che, in questioni che riguardano lo spirito, ovvero l’essenza dell’umano, la quantità non ha mai fatto l’arte.


CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

CURRICULUM VITAE

GIORGIO VIALI


Curriculum Vitae

Nome: Celeste Malfatta
Data di nascita: 11 dicembre 2000
Luogo di nascita: Alte Ceccato (VI)


ISTRUZIONE

Università degli Studi di [Nome Università]
Corso di Laurea in Psicologia (iscritta per 2 anni, abbandonato)

Diploma di Maturità


ESPERIENZA PROFESSIONALE

Cacciatrice di tendenze / Sensitiva di mercato
Freelance
2000 – presente
- Specializzata nell'individuazione precoce di tendenze di consumo e nella valutazione semiotica di prodotti e marchi. - Esperienza di consulenza per importanti aziende di abbigliamento, calzature sportive e cosmetici. - Utilizzo di metodi di lavoro basati su una reattività innata alla semiotica del mercato, con l'abilità di identificare rapidamente il successo o il fallimento di un prodotto.

Progetti significativi: - Consulenza per Heinzi & Pfaff (Londra e Francoforte): Creazione del nuovo marchio di una grande azienda di calzature sportive. Identificazione del fallimento del progetto iniziale e contributo alla successiva elaborazione del logo di successo. - Lavoro per Blue Ant (New York e Londra): Valutazione di progetti di marketing e branding. - Ricerca indipendente sull'origine di una serie di video clip anonimi diffusi online ("sequenze"). Collaborazione con altri ricercatori indipendenti per analizzare e interpretare il materiale.


COMPETENZE

  • Analisi delle tendenze: Procede per intuizione, ma è in grado di identificare modelli e previsioni con grande precisione.
  • Semiotica: Approfondita conoscenza della semiotica del mercato e del suo impatto sul comportamento del consumatore.
  • Marketing non convenzionale: Familiarità con le strategie di marketing virale e guerriglia.
  • Analisi di dati digitali: Esperienza nell'analisi di grandi quantità di dati e capacità di riconoscere pattern e significati nascosti.
  • Linguistica: Ottima conoscenza dell'inglese, con capacità di comunicazione efficace con persone di diverse culture e background.
  • Adattamento: Notevole capacità di adattamento a situazioni e ambienti nuovi e complessi, anche sotto pressione.

ALTRO

  • Attività fisica: Abilità nel Pilates e yoga.
  • Interessi: Passione per i film, la cultura pop e la storia dei marchi.
  • Cultura: Familiarità con diversi ambienti culturali, tra cui USA, Regno Unito, Corea, Giappone e Francia.
  • Autonomia: Notevole capacità di autosufficienza e indipendenza.

Referenze disponibili su richiesta.


CELESTE MALFATTA

CURRICULUM VITAE

GIORGIO VIALI

CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

PERSONAGGIO IBRIDO COLLETTIVO

CURRICULUM VITAE

GIORGIO VIALI


CELESTE MALFATTA
Alte Ceccato (VI)
Nata l'11 dicembre 2000
Email: celestemalfatta@email.com
Telefono: +39 333 1234567


PROFILO PERSONALE

Giovane professionista con una formazione in psicologia e diverse esperienze lavorative in settori vari. Competente nella progettazione e nell'architettura, con un forte interesse per il design e la creatività. Motivata, dinamica e abile nel lavorare in team e in ambienti stimolanti.


ISTRUZIONE

Università degli Studi di Padova
Facoltà di Psicologia
Iscrizione: 2019 - 2021 (abbandonata)


ESPERIENZE LAVORATIVE

Tirocinante/collaboratore
Studio di Architettura d’Interni, Vicenza
Gennaio 2021 - Giugno 2021
- Realizzazione di disegni tecnici e rilievi.
- Partecipazione a progetti di design d’interni.

Collaboratore
Studio di Architettura, Vicenza
Luglio 2021 - Dicembre 2021
- Disegno di progetti di piccola entità e supporto nella fase di progettazione.

Free-lance
Progettazione e arredamento
Gennaio 2022 - Presente
- Progettazione di arredamenti per case private e stand fieristici.

Operaio
Fabbrica di Tegole in Cemento, Vicenza
Giugno 2020 - Settembre 2020
- Attività di produzione e assemblaggio.

Cameriere
Ristorante-Pizzeria, Alte Ceccato
Marzo 2020 - Giugno 2020
- Servizio ai tavoli e gestione delle ordinazioni.

Lavoro Stagionale
Gelateria, Germania
Luglio 2019 - Agosto 2019
- Preparazione e servizio di gelati e dolci.

Manovale
Imprese Edili, Alte Ceccato
Luglio 2018 - Settembre 2018
- Svolgimento di lavori di muratura, stuccatura e carpenteria.

Carico e Scarico
Ditta di Trasporti, Alte Ceccato
Giugno 2018 - Luglio 2018
- Responsabile del carico e scarico merci dai camion.

Confezione Gabbie Metalliche
Fabbrica di Gabbie per Uccelli, Alte Ceccato
Luglio 2017 - Agosto 2017
- Lavoro estivo di stampaggio di lamiere.


COMPETENZE

  • Progettazione e design d'interni
  • Disegno tecnico e rilievi
  • Lavoro in team e comunicazione
  • Problem solving
  • Adattabilità e flessibilità

INTERESSI

  • Psicologia e benessere mentale
  • Architettura e design
  • Attività artistiche e creative
  • Sport e attività all'aperto

RIFERIMENTI

Disponibili su richiesta.


CELESTE MALFATTA

PERSONAGGIO IBRIDO COLLETTIVO

CURRICULUM VITAE

GIORGIO VIALI

VITALIANO TREVISAN

VITALIANO TREVISAN

ELABORAZIONE IBRIDA

DI GIORGIO VIALI


Ecco un elenco dei lavori svolti dal protagonista, Vitaliano Trevisan, nel libro Works, suddiviso per categorie per maggiore chiarezza:

Lavori estivi/temporanei:

Confezione gabbie metalliche: Lavoro estivo in una fabbrica di gabbie per uccelli, consistente principalmente nello stampaggio di lamiere. Carico e scarico: Lavoro estivo per una ditta di trasporti, che consiste nel caricare e scaricare merci dai camion. Manovale: Lavoro estivo in due diverse imprese edili, svolgendo lavori di muratura, stuccatura, demolizione, e carpenteria. Lavori nel settore dell'architettura/design (in nero, salvo diversa indicazione):

Tirocinante/collaboratore in uno studio di architettura: Lavoro a tempo indeterminato presso uno studio di architettura d'interni a Vicenza, che includeva la realizzazione di disegni tecnici, rilievi, e partecipazione a progetti. Collaboratore in uno studio di architettura: Lavoro presso un piccolo studio di architettura e progettazione di periferia, a disegnare progetti di piccola entità. Free-lance: Piccoli lavori di progettazione e arredamento, come l'arredamento di case private e stand fieristici. Collaboratore in uno studio di architettura (di nuovo): Lavoro in uno studio a Vicenza, che includeva la realizzazione di rilievi, disegni esecutivi e progettazione. Lavori nel settore della vendita/commercio (illegali):

Spaccio di allucinogeni: Spaccio illegale di acidi, in società con un socio. Spaccio di droga: Spaccio di hashish e cocaina, dapprima in piccola scala, poi all'ingrosso. Lavori in altri settori (in nero, salvo diversa indicazione):

Cameriere: Lavoro part-time in un ristorante-pizzeria. Operaio: Lavoro in una fabbrica di tegole in cemento, in una fabbrica di negozi in franchising (assemblaggio di strutture in metallo e vetro). Impiegato tecnico: Lavoro a tempo indeterminato in una fabbrica di cucine componibili, prima come inseritore di dati e poi come responsabile dell'ufficio industrializzazione prodotto. Manovale (di nuovo): Lavoro in un'impresa edile. Geometra per condoni edilizi: Lavoro temporaneo per i comuni di Nanto e Castegnero, per la gestione delle pratiche di condono edilizio. Gelataio: Lavoro stagionale in due gelaterie in Germania. Portiere notturno: Lavoro a tempo indeterminato in un hotel a Vicenza. Caposquadra manutenzione aree verdi: Lavoro per una cooperativa a Brendola, supervisionando diverse squadre che si occupavano della manutenzione di aree verdi. Responsabile di magazzino: Lavoro a tempo indeterminato in una fabbrica di articoli in plastica a Castegnero. Aiuto magazziniere: Lavoro in un magazzino di cuscinetti a sfera. Lavori nel settore artistico/letterario:

Scrittore/drammaturgo: Attività professionale di scrittore e drammaturgo (non considerata attività lavorativa "principale" fino alla fine del libro). Questo lavoro, seppur centrale nella sua vita, non fornisce introiti costanti. Co-sceneggiatore e attore: Collaborazione alla sceneggiatura e interpretazione del ruolo del protagonista in un film. Questo elenco è accurato nel riportare tutti i lavori menzionati nel libro. È importante notare che molti di questi lavori sono stati svolti in nero o con contratti precari, riflettendo la natura instabile della vita del protagonista.


VITALIANO TREVISAN

ELABORAZIONE IBRIDA

DI GIORGIO VIALI

USO IMPROPRIO

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USO IMPROPRIO - LOGO

L'uso improprio di una BANANA può riferirsi a diverse situazioni in cui questo frutto viene impiegato in modi non convenzionali o inappropriati. Ecco alcune idee:

Arma: Usare una banana come se fosse un'arma, come nel famoso gesto di "colpire" qualcuno in modo scherzoso o come parte di una gag comica. Questo è tipico in film e spettacoli comici, ma in contesti seri potrebbe risultare offensivo.

Scivolo: Riferendosi al classico trope delle banane scivolose, qualcuno potrebbe "sguarnire" una banana per creare una situazione in cui qualcun altro scivola e cade. Questo è divertente nei cartoni animati, ma in realtà potrebbe causare infortuni.

Propaganda o simbolo: Utilizzare una banana come simbolo in campagne pubblicitarie o di marketing in modo fuorviante o rappresentare un messaggio errato. Può anche essere impiegata in contesti politici in modo satirico.

Alternative non culinarie: Una banana potrebbe essere utilizzata in modi creativi ma inappropriati, come strumento di scrittura o per altri scopi pratici, dove il suo utilizzo non ha valore né senso.

Temi sessuali: In alcune situazioni, la banana può essere usata come metafora per connotazioni sessuali, il che può risultare inappropriato o offensivo in determinati contesti.

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GIORGIO VIALI

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